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La massa è una matrice dalla quale attualmente esce rinato ogni comportamento abituale nei confronti dell’opera d’arte. La quantità si è ribaltata in qualità: le masse sempre più vaste dei partecipanti hanno determinato un modo diverso di partecipazione

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80,  qualunque fotografo che si volesse meritare tale qualifica non poteva non avere letto tre libri: La camera chiara di Barthes, Sulla Fotografia, Realtà e immagine nella nostra società, di Susan Sontag e, soprattutto, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin. I più temerari si spingevano a de Saussure, citandone pensieri che non aveva mai formulato, come ad esempio la referenza empirica delle cose, che non rientra nelle sue teorie… ma questo è un altro discorso.
Sono ancora leggibili oggi i tre Avesta dello scatto? Tralasciando per ora i primi due titoli, mi incuriosiva proiettare l’originalità e l’intuizione del pensiero di Benjamin (che è stato formulato nel 1936!) in mezzo alla tecnologia di oggi. Cosa avrebbe detto Benjamin di Flickr? Come avrebbe ridisegnato le due regole auree – hic et nunc – per stabilire il confine tra l’autenticità e la fruizione? Come avrebbe trasportato l’idea della distrazione di massa ai tempi dei social network? Non lo so, né riuscirei nemmeno ad immaginarlo… vista la differenza di statura… ma mi ha fatto estremamente piacere rileggere il breve saggio, che trovo attualissimo e – tralasciando alcune particolarità linguistiche del periodo storico (guardacaso, ad esempio, massa… invece di gente o folla!) –  ricco di spunti, insegnamenti e valutazioni che chi si occupa di social media non dovrebbe ignorare.

Per quanto mi riguarda, io adoro Flickr, per le ragioni che dirò subito, e detesto Flickr, per le ragioni che dirò dopo. Flickr è un social network per la condivisione di fotografie. Penso sia il più grande archivio di foto in formato digitale del mondo e ritengo che nessuno – solo due anni – ne avrebbe potuto immaginare la portata. Qualche giorno fa è stata “postata” – come dicono i digitali nativi – la miliardesima fotografia. Ed anche io, che fotografo da oltre trent’anni, ho contribuito.
Adoro Flickr perché mi ha permesso di rivitalizzare diapositive di oltre trent’anni fa, destinate altrimenti a giacere nascoste nei plasticoni, sopra lo scaffale più alto della libreria di casa mia,  senza essere più viste. Quello del recupero per Flickr è stato un percorso-intreccio di memoria e ricerca, che ha restituito un valore d’uso ai miei piccoli artefatti intellettuali. Inoltre, Flickr, con il gioco incrociato dei commenti, con l’etichettatura dei contenuti delle fotografie, con la georeferenziazione sul territorio, con i contatti senza frontiere, con l’utilizzo di mashup e applicazioni terze, con la partecipazione a gruppi di interesse tramite i quali ho conosciuto un sacco di persone, mi ha permesso di condividere le mie fotografie con il resto del mondo, offrendo al mio essere fotografo una tracciatura continua e aperta, libera e condivisa, individuale e collettiva. Risponde ad uno dei miei motti preferiti… se mi cerchi ti troverò. In altre parole, se da qualche parte del mondo c’è qualcuno cui viene in mente di “cercarmi” indirettamente, attraverso la concomitanza di etichette che improvvise assonanze d’anima attaccano alle fotografie, ebbene potrò trovarlo. E poi, anche in Flickr si può avere un proprio stile. Da quando sono iscritto, resistendo alla bulimia del caricamento, ho messo solo 400 foto, selezionando quelle che ritenevo più significative della mia produzione, cercando un filo conduttore, sperando di far emergere la mia cifra stilistica . Ne avrei potuto mettere migliaia e avrei così aderito alla prassi comune di utilizzo dei social network. Perché Flickr non è un sito di fotografi, ma di fotografie. La differenza è abissale. E qui cominciano gli aspetti negativi, che me lo fanno “anche” un po’ detestare. Perché c’è qualcosa di perverso e pericoloso in Flickr. Invece del valore d’uso che si dovrebbe attribuire alle fotografie, Flickr offre un valore di scambio globalizzato. Se aprite la home del sito, troverete sempre una scritta del genere: “3.546 upload nell’ultimo minuto“. Nell’ultimo minuto! Quindi in un’ora 212.760 foto, che in un giorno fanno 5.106.240. Non so se sono calcoli veri o pubblicitari… ma di certo ogni foto vive la vita di un’efemera, altro che i tre secondi di eternità di Doisneau. In Flickr tutto si brucia, difficile che una foto resti nella prima pagina in un gruppo – almeno di quelli più famosi e partecipati – più di dieci minuti e poi, una volta passata in seconda pagina… pfufff! scompare alla vista e nessuno ne sa più niente. Finisce nella bancarella dell’usato, nella Porta Portese delle immagini a metà prezzo, ad un miliardesimo del valore. Insomma, perde valore perfino per chi l’ha fatta. Diventa una fotografia liquida. E anche la sua riproducibilità, che resta un infinito numerabile, diventa liquida. Chissà chi e dove la scarica, cosa ne fa, se ne conosce l’autore.
E anche questo Benjamin lo aveva previsto… citando Paul Valery, un altro che in quanto a visionarietà non aveva da invidiare niente a nessuno. Neanche a Dylan Thomas… riporta…

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano“.

Siamo nel 1934, il testo di Valery si chiama… La conquista dell’ubiquità…!

Ovviamente tutto questo è un’esagerazione. Mia.