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Il tema della creatività nelle organizzazioni di lavoro, complesse o meno, sta diventando sempre più  centrale.
Dopo il periodo fordista dell’impresa efficiente e quello post-fordista dell’impresa flessibile (su cui tornerò presto), ora la nuova tendenza è quella dell’impresa creativa.
L’argomento non è banale e ha risvolti molto interessanti, soprattutto perché sono strettamente connessi, guarda un po’, con il suffisso 2.0 che ora si mette sempre dopo qualunque cosa tratti la modernità… un po’ come 10 anni fa quando si metteva il prefisso e- davanti a tutta la modernità di allora (pratica da cui non mi sento esente neanche io!). Nel caso dell’impresa creativa il termine 2.0 si mette proprio dopo Enterprise e, devo dire, che… non ho nulla da ridire sull’idea. L’Enterprise 2.0 è la faccia giovane del Knowledge Management, inizia laddove questo ha fallito e ha molte più probabilità di successo dei meravigliosi modelli giapponesi del KM.
Recentemente si è svolto a Milano un Forum sull’Enterprise 2.0. Anche su questo spero presto di tornare per commentarne altri aspetti, ma ci sono alcune cose particolarmente importanti da osservare proprio sul tema della creatività e dell’innovazione. Non è stato il convegno che ci aspettavamo e ne abbiamo potuto trarre solo poche “nozioni” utili di per sé. Insomma se visto intervento per intervento non è stato significativo in modo particolare. E’ dal punto di vista olistico che invece si è rivelato molto interessante. In pratica, nel rivedere gli appunti che avevo preso, mi sono accorto che i temi si intrecciavano – tra le parole dei relatori e, dopo, nei miei pensieri – in maniera perfetta, formando un reticolo di idee e concetti collegati l’uno con l’altro. E Glomus non poteva sentirsi estraneo a tale intreccio di idee.
La tesi principale che è emersa è che per fare innovazione occorre creare conoscenza e non solo saperla gestire. E per farlo non basta più né il solo settore R&D né la sola conversione in esplicito della conoscenza tacita e inespressa, quella che viene prodotta in seno ad una comunità (intra-, inter- o trans-aziendale). Occorre riapparigliare le carte in gioco, cercando di far emergere le idee nascoste attraverso le opportunità offerte dalla piattaforma del Web 2.0, che può diventare il banco di lavoro dei Manager delle idee. Se Blog e Wiki possono essere considerati come gli strumenti naturali dell’interscambio e della raccolta delle idee, sembrano essere tagging e folksonomy le soluzioni più feconde per farle emergere, le idee.
Si parla così di innovazione radicale (disruptive innovation) che non parte dal codificato e non si muove all’interno di un singolo settore. Il manager delle idee deve essere in grado di: (1) veicolare le idee che vengono dal basso; (2) saperle categorizzare e classificare in modo aperto, continuo, dinamico (quindi non taxa né ontologie, ma folksonomy e faccette); (3) trasferire le conoscenze nuove da un settore all’altro. La vera innovazione aderisce quindi ai principi filosofici della Interfield Theory di Darden e Maull, si muove con le parole chiave di contaminazione, condivisione ed evoluzione. Non è la creazione intuitiva quello che serve, ma l’intuizione creativa, quella scintilla che sposta da un campo all’altro l’invenzione e la fa diventare innovazione.
E’ la stessa scintilla che ha permesso di scoprire la teoria cromosomica dell’ereditarietà mendeliana che, restando nascosti nel proprio guscio riduzionista, i citologi da una parte e i genetisti dall’altra avrebbero mai scoperto se non … si fossero parlati.
Ecco, questo è il punto di partenza dell’impresa creativa.