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Perché scervellarsi alla ricerca di idee e riferimenti originali sul Web cercando nuove metafore, similitudini, fondamenti concettuali, quando già quasi tutto è stato detto e pensato? Si è passati disinvoltamente dalla ragnatela alla rete, dal rizoma al panopticon incrociando geometrie frattali e sistemi lontani dall’equilibrio.

Sono state scomodate di volta in volta sacre scritture (l’Effetto Matteo) e teorie alla moda (olismi e autopoiesi). Chiunque può dire ciò che vuole (altro che Virna Lisi). Entrano in gioco teorie dei mondi piccoli e delle vite liquide, code lunghe e grandi fratelli, saggezza delle folle e intelligenze collettive (passando per la stupidità della gente), ricchezza delle reti e lati oscuri della Rete, personalizzazioni di massa e masse spersonalizzate, etica del DIY (do it yourself) e amoralità del Web 2.0.

Sono state coniate decine di neologismi, per fortuna quasi tutti in inglese, così dalle nostre parti fanno meno effetto (ma molta più scena): da prosumer a digital self, da freemium a beta perpetuo (che suona un po’ come il sacrestano della rete), da folksonomy a blog, da cyberspazio a internuata, da metaversi a second life… dall’ubiquitous computing all’ultimate connectivity, dall’infocloud all’information overload, da podcasting a mashup e via inventando. A proposito, potrei stare ore a fare il rosario degli inventori di tutto ciò: Chris Anderson, Dave Winer, John Barger, Peter Merholz, Thomas Vander Wal, Tim Berners-Lee, Tim O’Reilly, Ben Hammersley, Adam Curry, Jeffrey Zeldman, Peter Morville, Saul Wurman, Dave Weinberger, ma non vorrei dimenticare qualcuno…

Parole bellissime e inesistenti, che evocano filastrocche o contaminazioni letterarie… tipo delicious, serendipity e intertwingularity un po’ come dire supercalifragilisticexpialidocious o prisencolinensinainciusol.

Si è passati (o si sta passando, forse) dall’Internet delle entità (il Web 1.0) a quello delle bolle delle dot.com (il Web… 1,5), da quello delle passioni (il Web 2.0), a quello delle cose (il Web 3.0). Una volta, a Milano, ho sentito uno che parlava del Web 4.0, ma mi sa che se lo era inventato lì per lì… forse pensava che 1.0, 2.0 ecc. fossero conteggi, insomma, a chi la sparava più grossa… come in un classico della scrittura futurista.

Persino io, che nello spazio degli esperti del Web mi ritrovo come la particella Lete nello spazio intergalattico, mi sento in diritto di dire la mia. Potrei mettere dentro addirittura la riforma del titolo V della Costituzione e il principio della sussidiarietà orizzontale, l’artrologia o scienza delle suddivisioni, la teoria delle catastrofi e la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali, Ba e yin e yang, costruzione sociale della conoscenza e cibernetica del secondo ordine.

E ho anche inventato parole nuove… tipo molteplicità partecipativa o flagranza solidale. Soprattutto, a me non basta quello che fanno gli altri… vado oltre. A me il rizoma mi sta stretto. Devo scendere in dettaglio e arrivare alla gramigna, all’iris, al sigillo di Salomone.

Il Web a forma di rizoma è, in generale, una rete sotterranea, a crescita orizzontale, utilizzato dai siti Web come organo moltiplicativo e di riserva. Si differenzia dalla rete ufficiale in quanto non è in grado di assorbire conoscenza, ma solamente di conservarla al suo interno; possiede nodi, gemme e piccole foglie e quando viene recisa non muore, ma può dare vita a sottoreti fatte di tanti nuovi piccoli siti che cresceranno. E la rete-rizoma ricomincia il ciclo.

E così può diventare Web a forma di gramigna… che, non rivestendo alcuna funzione utile per l’uomo, ne va a danneggiare la produzione di conoscenza entrando in competizione o parassitando i siti con cui entra in contatto. In senso più ampio il concetto può essere esteso, oltre che ai siti infestanti, anche ai social network tipo Facebook, che crescendo nelle aziende e tra le persone in maniera incontrollata, accentuano il problema delle allergie da Web e fanno percepire come “sporco” o degradato il luogo ove crescono. Oggi a me, ad esempio, è arrivata la richiesta di iscrizione a… “che principessa disney sei?” A me! Trovo questo una deviazione verso la strada della pornografica della conoscenza.

Ma può anche diventare a forma di iris… Il Web a forma di iris si basa sul principio della rottura asignificante, perché, a differenza di quello che accade nella vita di contatto reale, nella quale siamo tutti separati da “rotture” significanti, visto che ognuno di noi postula nella sua interezza sensi diversi (o almeno… dovrebbe), qui il salto da un nodo della rete all’altro non comporta rotture significanti. Anzi la facoltà di navigare tra i nodi stessi provoca l’esperienza di scoperte imprevedibili, da interpretare ogni volta in modo differente, e da riconnettere tra loro all’infinito. Tipo che cerchi qualcuno che ti aiuti ad aprire un sito e ti sposi con la bloggerina della porta accanto. La rete a forma di iris è un arcobaleno che si irradia da un unico colore iniziale, appare come un fiore di giaggiolo dalle tante gradazioni, si incrocia formando reticoli anche nei fiori e non solo dentro le radici. La rete a forma di iris è ornamento, officinale e medicale, aromatica e profumata, vive anche quando recisa se è ricoverata in locale idoneo. Ha un difetto. E’ delicata e se attaccata risente delle avversità e può essere rapidamente ridotta ad una poltiglia di siti ammuffiti e maleodoranti. Come blog buttati lì tanto per fare e mai più aggiornati.

Il Web a forma di sigillo di Salomone… rinsecchisce e muore ogni anno, lasciando nella sua rete di nodi cicatrici simili a sigilli a forma di esagramma. Questa forma di rete ha un alto valore simbolico, cabalistico e massonico, rappresentando l’armonia dell’universo, in quanto composto da due elementi uguali e contrapposti: il triangolo-rete che punta verso l’alto, che simboleggia il principio attivo, maschile e benefico, e il triangolo-rete che punta verso il basso, principio passivo, femminile e malefico. Così dice la cabala… ma questo è davvero troppo. Mi dissocio.

Alle volte basta poco per uscire dal guado di un fiume in piena o a districarsi dal fitto canneto di una palude. Il fiume in piena o, se visto dai suoi detrattori, la palude, è il Web 2.0.

Il poco che serve, guarda caso, è lo stesso che può servire a districarsi anche nel complesso mondo di SDMX, anche se dal versante contrario, e questo è il paradosso che sembra a prima vista  emergere.

SDMX sta per Statistical Data and Metadata Exchange, ed è una iniziativa nata in ambito internazionale per la definizione di protocolli standard di condivisione ed interscambio di dati e metadati statistici. A modalità di scambio bilaterale o attraverso Gateway, le quali vengono comunque supportate da SDMX, si preferisce un modello di data-sharing di nuova generazione, all’interno del quale la condivisione avviene tramite l’adozione di un linguaggio comune.

Pattern

http://unstats.un.org/unsd/accsub/2003docs-2nd/sa-2003-15.pdf

Senza farla troppo lunga, e rinviando al sito ufficiale, attraverso il protocollo SDMX e le sue implementazioni pratiche, come ad esempio i Web Services realizzati all’interno del progetto SODI (altra sigla su cui per ora sorvoliamo), è possibile andare a prelevare i dati che un certo “nodo” del sistema-comunità espone su Web non appena siano resi disponibili. Questa modalità, che appunto viene chiamata pull, è indicata, a ragione, come un significativo passo in avanti nel favorire l’accesso e la condivisione di dati rispetto alla tecnologia push. I dati non vengono più spinti dal nodo che li detiene verso il nodo centrale, né parcheggiati in un repository comune per essere successivamente estratti, ma vengono tirati via dagli altri nodi interessati, avvertiti da un apposito Web feeder (l’insostituibile RSS). Altro vantaggio di tale approccio è proprio il passaggio dalla logica del deposito a quella del registro. Non più pozzi profondi e scuri di dati che vengono facilmente alimentati ma a fatica mescolati, armonizzati e integrati, ma ambienti leggeri di mappatura che lasciano i dati dove stanno naturalmente e si occupano solo di interpretarne formati, struttura e significato. Attraverso registry, appunto, e non repository. Insomma, nel caso di SDMX, pull è meglio di push e in questa direzione ci si sta ormai muovendo anche all’interno delle organizzazioni complesse che costituiscono i vari nodi di interscambio. Ognuno continua a produrre dati secondo i propri metodi e poi li rende disponibili tramite opportune mappature conformi alla sintassi di SDMX.

Il problema affrontato con SDMX si colloca però all’interno di uno scenario tecnologico, al quale già con la menzione di Web Service e RSS abbiamo fatto riferimento, che presuppone altri paradigmi, come quelli di collaborazione, partecipazione, collettività, leggerezza, molteplicità, e che si esprime attraverso la piattaforma Web 2.0. Non a caso uso il termine piattaforma, perché è su tale termine che si verifica la principale convergenza delle molteplici (e come altrimenti?) definizioni che di Web 2.0 si possono dare. Per dirla usando le parole di uno dei suoi inventori (a proposito… il Web 2.0 è stato inventato o scoperto? Per me non c’è dubbio… è stato scoperto grazie ad alcune invenzioni…) si può senz’altro accettare l’idea che “come molti concetti importanti, il Web 2.0 non ha confini rigidi, ma un’anima gravitazionale. Potete visualizzare il Web 2.0 come un insieme di principi e di procedure che collegano un autentico sistema solare di siti che dimostrano in toto o in parte questi principi, a una distanza variabile dal centro stesso.”  (Tim O’Really)

La piattaforma Web 2.0 consente di vedere i vari strumenti non più come insieme di risorse ma come sistema di risorse. Lo stesso concetto di sistema informativo nel contesto Web 2.0 può basarsi su nuove connotazioni: non più solo strutture, capaci cioè di gestire informazioni strutturate in modo rigido, ma anche reti di connessioni, reciproche e dinamiche, tramite le quali è possibile organizzare la conoscenza centrandola sulla valorizzazione della relazione tra i nodi (sia gestori sia utenti), proponendo un cambio di paradigma nella concezione e rappresentazione della conoscenza.

Il cerchio con SDMX si chiude, ma qui arriva il bello, cioè il paradosso del push e del pull. Elemento saliente del Web 2.0 è, ormai lo si è capito, l’architettura dell’informazione, termine cui si stanno dedicando intere organizzazioni e della quale in questo articolo si vuole dare un significato meno settoriale ma non per questo meno interessante, come ad esempio quello proposto nel libro di Luca Rosati, Architettura dell’informazione, ed. Apogeo, Milano, 2007.

arch-informazione

Attenzione, non l’architettura dei dati o quella applicativa e meno che mai quella tecnologica, triade su cui abbiamo impiantato la nostra (s)fortuna per circa un ventennio, ma proprio quella dell’informazione. Secondo i punti di vista più diffusi nell’ambito del KM, mentre la struttura del dato è grezza, regolata in modo rigido, impersonale e priva di connessioni, l’informazione ha una struttura agita, contestualizzata e di relazione, e l’azione informativa è proprio la trasformazione del dato in conoscenza. Quindi l’architettura dell’informazione non può essere vista fuori dal contesto in cui si manifesta, non è impersonale e DEVE essere centrata sugli utenti. Inoltre, secondo i tipici insegnamenti del Web 2.0, l’informazione non è a senso unico, ma è partecipata. Ognuno, se vuole, può contribuire ad arricchirla. Insomma, il tradizionale verso di percorrenza dell’informazione – dal produttore al consumatore – è controbilanciato dal verso opposto. L’utente non si rivolge più al sito ponendo la domanda “cosa hai da darmi?” ma “ho io qualcosa da darti e da condividere”. In altre parole, si assiste allo sviluppo privilegiato di una nuova interpretazione della modalità push (metto io qualcosa qui dentro) in alternativa a quella pull classica (tiro giù dal sito quello che mi offre). Esattamente il contrario di quello che avviene in ambito SDMX.

A questo punto il gioco del paradosso è chiaro: “cosa è meglio e cosa è più innovativo, pull o push?” La risposta più banale è: tutte e due, e in questo non c’è paradosso. Da una parte, novità dei progetti incentrati su SDMX, si prendono risorse informative direttamente dai nodi client quando sono messe a disposizione, dall’altra, innovazione della piattaforma 2.0, si contribuisce direttamente ad arricchire le risorse (che diventano di tutti) sui nodi server. La forza di pull e push si equivale. Basta capire bene come si usano e i contesti in cui lo si fa.

È un po’ come la morra cinese, la carta avvolge il sasso, il sasso spezza la forbice, la forbice taglia la carta. Solo che qui manca la terza figura… quale potrebbe essere, secondo voi?