Così come in ambito Web 2.0 esiste il prosumer, magica e perversa contaminazione tra produttore e consumatore di conoscenza, nella storia del cinema esiste lo spettattore, il sognattore, il chattattore, meravigliose creature nate dalla mente, magica e perversa, di alcuni geni.

The Purple Rose of Cairo è uno dei più bei film di Woody Allen.

A vederlo oggi, né i soloni del Web-2.0-sono-io né gli improvvisati criticinefili che senti parlare dietro di te nel buio della sala ne riuscirebbero a capire la bellezza, e non per colpa loro, ma quando è uscito era davvero unico.
La spettatrice che pensa che l’attore si rivolge a lei, l’attore che esce dallo schermo e la fa innamorare, la spettatrice che viene trascinata nel film dall’attore ora non ci fa più effetto… Neri Marcorè ha stupendamente fatto rivivere questa dinamica nel Conte Swarovsky dell’Ottavo Nano.

Ma il film era e resta un gioiellino di originalità.

La Woopi Goldberg di Jumping Jack Flash, è una operatrice della Sperry che comunica per via telematica con uno sconosciuto agente segreto americano in missione pericolosa in Russia.

Ci sono tutti gli ingredienti delle tecnologie del futuro… Ancora non esiste Internet e la comunicazione avviene con arcaiche interfacce a carattere, ma si tratta di una vera e propria “chattata” ante litteram. Il brano dei Rolling Stones che compare come oggi farebbe un MP3 e fa un po’ da colonna sonora un po’ da chiave di volta dell’intrigo, l’attesa dello sconosciuto al ristorante, immaginato bello come un Apollo, la scena finale… con lei che chatta al video e lui che le risponde a voce, standole dietro…
Tutto questo ora non fa più effetto (sempre agli stessi personaggi che – invece dell’intelligenza collettiva – incarnano la stupidità dell’individuo), ma quando uscì fu davvero un precursore di tutti gli amori virtualreali con cui le chat di Libero e Eva hanno sfasciato generazioni di matrimoni.

Ma la chicca più intrigante è un film del 1952. Per questa chicca la mia amica Merlocanterina mi pagherà non so quante colazioni e il mio amico Boris si convincerà definitivamente che non sono solo un fedele amico dell’uomo, ma anche un animale da… cerca.

E’ di un maestro del fantastico che diventa realtà, uno dei visionari più puri della storia del cinema, René Clair, con uno degli attori più belli di sempre, morto a 37 anni, il cui nome, Gérard Philipe, dice poco ai più, così come il titolo del film Le belle della notte, o in originale Le Belles-de-nuit. Il film, cui il Mereghetti dà due palle e quindi ne vale almeno quattro, racconta di un sogno interrotto dalla realtà. Cioè mi spiego… Philipe, nel film, vive più dentro ai suoi sogni che nella vita reale e, questa è la magia, il sogno di una notte, interrotto all’alba, riprende la notte successiva dallo stesso punto, anzi, via via che il film scorre, il musicista squattrinato cerca in pieno giorno un momento per dormire…perché ha lasciato la sua bella del sogno in pericolo la sera prima e deve riprendere da lì per salvarla, e chissà che è successo nel frattempo. Tutto questo attraversando impunemente epoche e situazioni diverse… Una trama raffinata e bellissima, per tutti i sognatori ad occhi aperti del mondo. Altro che gli avatar di Second Life, nei suoi sogni Philipe è sempre se stesso ed è la vita virtuale a farglisi incontro. Insomma, proprio un film transcanale, come dovrebbe essere la mente di ogni seguace del Web 2.0. Dovrebbe, appunto…
Del film non c’è traccia di video… peccato.

Finisce qui la prima puntata di una strampalata storia del cinema in 2.0D, ma presto aggiungerò altri film dello stesso tenore…. Dersu Uzala, M, il mostro di Dusseldorf, Rashomon e il suo emulo L’oltraggio, qualcosa di Mel Brooks, Eyes Wide Shut… e via condividendo…

La teoria del caos è, dopo la settimana enigmistica, la disciplina che vanta più tentativi di imitazione. Ti pareva che il mondo del Web 2.0 perdeva questa ghiotta occasione per farla sua? Come al solito a ragione, perché il Web 2.0 ha sempre ragione, essendo una naturale evoluzione di qualcosa che esiste da sempre ma che non sapevamo fino ad ora esistesse.
Ma che cos’è e come nasce la teoria del caos? Non lo so, nel senso che non sono un fisico, né un matematico in grado di fornire una risposta chiara e incontestabile e comunque, anche se lo fossi, non lo saprei ugualmente perché… perché proprio come il contenuto che tratta… la storia del caos è piena di fatti imprevedibili ma non casuali. Quasi contemporaneamente, infatti, in luoghi lontanissimi e con spinte e motivazioni indipendenti l’uno dall’altro, all’interno delle branche più varie… alcuni scienziati si rendono conto che la scienza classica non basta più a “spiegare” il mondo. A dire il vero questo non è una novità, ha anzi rappresentato una costante nella storia della scienza, ma nel caso del caos ciò si è verificato in modo ancor più dirompente.
I principali paradigmi su cui si è mossa la ricerca sul caos, teoria che spesso viene anche indicata come “scienza della complessità”, possono essere sintetizzati in 5 punti:
1) la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali
2) gli attrattori strani
3) i frattali
4) la teoria delle catastrofi
5) l’irreversibilità del tempo

Apparentemente diverse, le 5 teorie riconducono tutte ad uno stesso concetto, la madre di tutti i concetti della teoria del caos: l’imprevedibilità del comportamento temporale di sistemi che pure sono regolati da leggi deterministiche. Vale a dire, dato un fenomeno che può essere descritto e interpretato da un sistema di leggi certe e che in condizioni normali si comporta in modo assolutamente prevedibile (un esempio è la curva logistica), succede ad un certo punto che il comportamento del sistema comincia a stranirsi, cambiando strada, biforcandosi e soprattutto diventando imprevedibile e complesso. Questo comportamento complesso dà luogo a forme e fenomeni meravigliosi, come la forma della conchiglia, quella delle nuvole, delle coste della Bretagna, il ritmo della goccia che cade da un rubinetto. In sostanza la scienza della complessità ci dice che se sono così tante le variabili in gioco, pur se ognuna di esse sarebbe da sola prevedibile… messe assieme danno luogo a un… caos (lo so è una definizione autoreferenziale e cozza contro il teorema di Godel… ma non mi viene niente di meglio). Forse meglio dire che… non si può dare sempre un ordine certo alle cose, ma se ne può governare il disordine!

Vediamo i paradigmi ad uno ad uno.
La dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali. È il principio secondo cui due fenomeni che partono da stati iniziali differenti in modo impercettibile l’uno dall’altro possono evolversi in maniera drammaticamente differente (…da qui deriva l’immaginario della farfalla che se non avesse battuto le sue ali in Amazzonia in quel preciso momento… non avrebbe provocato l’uragano in Florida). E’ Lorenz, meteorologo americano, che nell’affrontare il problema della convezione atmosferica (rapporto aria calda-aria fredda), si trova davanti il problema. Cercando di descrivere il comportamento dell’atmosfera in convezione costruisce un sistema di equazioni differenziali non lineari e si accorge che il sistema non converge temporalmente verso un solo punto di equilibrio, ma si mette a girare attorno ad una doppia spirale, che non solo ingabbia il sistema in una regolarità disordinata non facendolo più uscire da lì, come una sorta di montagne russe continue, ma che cambia radicalmente forma solo per una infinitesima differenza del suo stato iniziale. Il dominio in cui il sistema resta imprigionato viene chiamato – per ora – attrattore di Lorenz.
Gli attrattori strani. E’ Ruelle, fisico belga, che chiama strani gli attrattori di Lorenz, senza neanche sapere che era lo stesso fenomeno. Cos’è un attrattore lo sappiamo: è il dominio su cui si muove il punto P che rappresenta lo stato di un sistema dinamico deterministico quando si attenda abbastanza a lungo, in modo da depurare il sistema dai fenomeni transitori. Alle volte un attrattore diventa strano, sia perché assume una forma strana (ma Ruelle non sa ancora dare un nome a tale forma), sia perché… dipende fortemente dalle condizioni iniziali. Il cerchio comincia a quadrare.
La geometria frazionaria (Mandelbrot, scuola francese). E’ un nome che do io qui, in letteratura si chiamano oggetti frattali. Si basano sul principio, stupefacente al di là di ogni immaginazione poetica, di dimensioni di riferimento… a valori non interi: il fiocco di neve di Koch, il tappeto di Sierpinski, la spugna di Menger, gli insiemi di Julia… sono tutti mostri geometrici non espressi in spazi a dimensione intera. Ma che vuol dire che il fiocco di neve di Koch è a 1,2618 dimensioni? diciamo per semplicità che non è più una retta ma ancora non è diventato una figura piana… e la spugna di Menger, che prende forma esattamente in uno spazio a 2,7268 dimensioni, smette di essere un cubo ma non scende mai ad essere solo un quadrato. Ecco tutto questo dà luogo a un frattale, figura costruita secondo i principi della somiglianza a sé e della invarianza di scala… ogni figura è composta da tante se stesse ed a sua volta, se messa con altre se stesse, dà luogo ad una figura più grande… e di identica forma. Come una costa vista dall’alto a varie grandezze di scala. Che c’entra col caos?… ma perché un frattale è generato da una di quelle equazioni di cui dicevo prima… una equazione banale che ad un certo punto si fa strana e, se rappresentata graficamente, dà luogo a figure inimmaginabili, misteriose come Ashepsut, perverse come la Milady de Winter di Athos, immaginarie come il favoloso mondo di Amelie. O è Milady che è bella, Amelie incasinata e Ashepsut immaginaria?
La teoria delle catastrofi (Thom, Francia, Arnol’d, Russia). Non è quella che descrive di quanto sta per accadere in certi paesi del mondo ma è quella che descrive il cambiamento repentino dello stato di un sistema in risposta ad una variazione delle condizioni esterne… si dice, appunto, che subisce una catastrofe (o come dice Arnol’d… una perestroika, guarda caso), in genere a seguito del formarsi di una piega nello spazio delle fasi. Teoria bellissima e ostica, ricca di metafore e di interconnessioni con altre discipline: filosofia del linguaggio, fisica, biologia, topologia, teoria dell’informazione, anche oltre le stesse intenzioni di Thom (v. il libro di Deleuze in bibliografia). Intuitivo, a questo punto, il collegamento agli altri temi del caos… gli attrattori strani, la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali, le equazioni che si biforcano… gli stessi frattali.
Anche il punto di vista di Prigogine (russo pure lui) è stimolante… è stato lo scienziato della complessità che ha maggiormente investigato il rapporto tra uomo e mondo, tra essere e divenire, tra tempo e irreversibilità, definendo la nuova alleanza tra uomo e natura come paradigma della scienza moderna; e poi la nobilitazione filosofica del concetto della freccia del tempo di Eddington… Anche qui metafora e poesia se la possono giocare a piacimento… la freccia del tempo, non è forse quella che ci trafigge la vita e se ne va, lasciandoci feriti nel nostro essere solo passato e null’altro?

Insomma nel caos tutto si collega con tutto, così come nella sua storia tutti i temi e gli scienziati si rimandano l’uno con l’altro. Anche se… non è che si amassero tanto gli scienziati del caos. Come ci raccontava il mio maestro di teoria del caos – il Professor L. – Prigogine e Thom si odiavano e si sono fatti guerra per tutta la vita… dicendo le stesse cose da due punti di vista diversi… in pratica litigavano per un nonnulla. Insomma, proprio come accade nei condomini, negli uffici… nel Web 2.0.

Infine, un po’ di bibliografia. Dirò solo di libri che conosco personalmente e di cui mi prendo la responsabilità, essendo impossibile un elenco esaustivo.

Gleick – “Caos” – Rizzoli (Gleick è un giornalista americano… il libro ha un taglio divulgativo e romanzato… come fosse scritto da un giornalista americano)
Hall – “Caos” – Muzzio editore (collettanea di scienziati della complessità)
AA.VV. – “Gli ordini del caos” – Il manifesto, collana La Talpa (Una chicca .. la scienza vista da dove non la si vede di frequente… la nuova scienza spiegata in modo chiaro e alternativo… non so se si trova facilmente… io ne ho due copie… se qualcuno passa per Glomus…)
Prigogine, Stengers – “La nuova alleanza” – Einaudi
Prigogine, Stengers – “Tra il tempo e l’eternità” – Boringhieri
Prigogine – “Lezioni Italiane” N. 7 – Laterza (a differenza dei testi di altri autori… non mi ricordo quasi nulla di quello che ha scritto Prigogine. Ma è un problema mio)
Prigogine – “La nascita del tempo” – Bompiani (…una sorta di tascabile, ma interessante)
Thom – “Modelli matematici della morfogenesi” – Boringhieri (uno dei libri più tosti che io abbia mai… iniziato a leggere! dopo 20 pagine non si riesce ad andare avanti)
Arnol’d – “Teoria delle catastrofi” – Boringhieri (tostarello, meglio per chi ha profonde basi… matematiche)
Deleuze – “La piega” – (Non è un libro sul caos, è un libro di filosofia. Mescola barocco e teoria delle catastrofi, dà al concetto di piega un senso profondissimo. Stupendo come tutto Deleuze! Per tutti gli amanti del sapere)
Ruelle – “Caso e caos” – Boringhieri (testo divulgativo scritto da un vero grande scienziato, tra i padri della teoria)
Ekeland – “A caso” – Boringhieri (id. ma più alla portata di menti poco allenate matematicamente)
Mandelbrot – “Gli oggetti frattali. Forma, caso e dimensione” – Einaudi (non facilissimo ma fondamentale)
Kuhn – “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” – (non c’azzecca niente col caos, ma è bellissimo… appartiene a quel genere di libri che chiamo Idraulico Liquido, per via che ti sturano il cervello dalla segatura di tanto falso sapere)

Perché scervellarsi alla ricerca di idee e riferimenti originali sul Web cercando nuove metafore, similitudini, fondamenti concettuali, quando già quasi tutto è stato detto e pensato? Si è passati disinvoltamente dalla ragnatela alla rete, dal rizoma al panopticon incrociando geometrie frattali e sistemi lontani dall’equilibrio.

Sono state scomodate di volta in volta sacre scritture (l’Effetto Matteo) e teorie alla moda (olismi e autopoiesi). Chiunque può dire ciò che vuole (altro che Virna Lisi). Entrano in gioco teorie dei mondi piccoli e delle vite liquide, code lunghe e grandi fratelli, saggezza delle folle e intelligenze collettive (passando per la stupidità della gente), ricchezza delle reti e lati oscuri della Rete, personalizzazioni di massa e masse spersonalizzate, etica del DIY (do it yourself) e amoralità del Web 2.0.

Sono state coniate decine di neologismi, per fortuna quasi tutti in inglese, così dalle nostre parti fanno meno effetto (ma molta più scena): da prosumer a digital self, da freemium a beta perpetuo (che suona un po’ come il sacrestano della rete), da folksonomy a blog, da cyberspazio a internuata, da metaversi a second life… dall’ubiquitous computing all’ultimate connectivity, dall’infocloud all’information overload, da podcasting a mashup e via inventando. A proposito, potrei stare ore a fare il rosario degli inventori di tutto ciò: Chris Anderson, Dave Winer, John Barger, Peter Merholz, Thomas Vander Wal, Tim Berners-Lee, Tim O’Reilly, Ben Hammersley, Adam Curry, Jeffrey Zeldman, Peter Morville, Saul Wurman, Dave Weinberger, ma non vorrei dimenticare qualcuno…

Parole bellissime e inesistenti, che evocano filastrocche o contaminazioni letterarie… tipo delicious, serendipity e intertwingularity un po’ come dire supercalifragilisticexpialidocious o prisencolinensinainciusol.

Si è passati (o si sta passando, forse) dall’Internet delle entità (il Web 1.0) a quello delle bolle delle dot.com (il Web… 1,5), da quello delle passioni (il Web 2.0), a quello delle cose (il Web 3.0). Una volta, a Milano, ho sentito uno che parlava del Web 4.0, ma mi sa che se lo era inventato lì per lì… forse pensava che 1.0, 2.0 ecc. fossero conteggi, insomma, a chi la sparava più grossa… come in un classico della scrittura futurista.

Persino io, che nello spazio degli esperti del Web mi ritrovo come la particella Lete nello spazio intergalattico, mi sento in diritto di dire la mia. Potrei mettere dentro addirittura la riforma del titolo V della Costituzione e il principio della sussidiarietà orizzontale, l’artrologia o scienza delle suddivisioni, la teoria delle catastrofi e la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali, Ba e yin e yang, costruzione sociale della conoscenza e cibernetica del secondo ordine.

E ho anche inventato parole nuove… tipo molteplicità partecipativa o flagranza solidale. Soprattutto, a me non basta quello che fanno gli altri… vado oltre. A me il rizoma mi sta stretto. Devo scendere in dettaglio e arrivare alla gramigna, all’iris, al sigillo di Salomone.

Il Web a forma di rizoma è, in generale, una rete sotterranea, a crescita orizzontale, utilizzato dai siti Web come organo moltiplicativo e di riserva. Si differenzia dalla rete ufficiale in quanto non è in grado di assorbire conoscenza, ma solamente di conservarla al suo interno; possiede nodi, gemme e piccole foglie e quando viene recisa non muore, ma può dare vita a sottoreti fatte di tanti nuovi piccoli siti che cresceranno. E la rete-rizoma ricomincia il ciclo.

E così può diventare Web a forma di gramigna… che, non rivestendo alcuna funzione utile per l’uomo, ne va a danneggiare la produzione di conoscenza entrando in competizione o parassitando i siti con cui entra in contatto. In senso più ampio il concetto può essere esteso, oltre che ai siti infestanti, anche ai social network tipo Facebook, che crescendo nelle aziende e tra le persone in maniera incontrollata, accentuano il problema delle allergie da Web e fanno percepire come “sporco” o degradato il luogo ove crescono. Oggi a me, ad esempio, è arrivata la richiesta di iscrizione a… “che principessa disney sei?” A me! Trovo questo una deviazione verso la strada della pornografica della conoscenza.

Ma può anche diventare a forma di iris… Il Web a forma di iris si basa sul principio della rottura asignificante, perché, a differenza di quello che accade nella vita di contatto reale, nella quale siamo tutti separati da “rotture” significanti, visto che ognuno di noi postula nella sua interezza sensi diversi (o almeno… dovrebbe), qui il salto da un nodo della rete all’altro non comporta rotture significanti. Anzi la facoltà di navigare tra i nodi stessi provoca l’esperienza di scoperte imprevedibili, da interpretare ogni volta in modo differente, e da riconnettere tra loro all’infinito. Tipo che cerchi qualcuno che ti aiuti ad aprire un sito e ti sposi con la bloggerina della porta accanto. La rete a forma di iris è un arcobaleno che si irradia da un unico colore iniziale, appare come un fiore di giaggiolo dalle tante gradazioni, si incrocia formando reticoli anche nei fiori e non solo dentro le radici. La rete a forma di iris è ornamento, officinale e medicale, aromatica e profumata, vive anche quando recisa se è ricoverata in locale idoneo. Ha un difetto. E’ delicata e se attaccata risente delle avversità e può essere rapidamente ridotta ad una poltiglia di siti ammuffiti e maleodoranti. Come blog buttati lì tanto per fare e mai più aggiornati.

Il Web a forma di sigillo di Salomone… rinsecchisce e muore ogni anno, lasciando nella sua rete di nodi cicatrici simili a sigilli a forma di esagramma. Questa forma di rete ha un alto valore simbolico, cabalistico e massonico, rappresentando l’armonia dell’universo, in quanto composto da due elementi uguali e contrapposti: il triangolo-rete che punta verso l’alto, che simboleggia il principio attivo, maschile e benefico, e il triangolo-rete che punta verso il basso, principio passivo, femminile e malefico. Così dice la cabala… ma questo è davvero troppo. Mi dissocio.

La massa è una matrice dalla quale attualmente esce rinato ogni comportamento abituale nei confronti dell’opera d’arte. La quantità si è ribaltata in qualità: le masse sempre più vaste dei partecipanti hanno determinato un modo diverso di partecipazione

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80,  qualunque fotografo che si volesse meritare tale qualifica non poteva non avere letto tre libri: La camera chiara di Barthes, Sulla Fotografia, Realtà e immagine nella nostra società, di Susan Sontag e, soprattutto, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin. I più temerari si spingevano a de Saussure, citandone pensieri che non aveva mai formulato, come ad esempio la referenza empirica delle cose, che non rientra nelle sue teorie… ma questo è un altro discorso.
Sono ancora leggibili oggi i tre Avesta dello scatto? Tralasciando per ora i primi due titoli, mi incuriosiva proiettare l’originalità e l’intuizione del pensiero di Benjamin (che è stato formulato nel 1936!) in mezzo alla tecnologia di oggi. Cosa avrebbe detto Benjamin di Flickr? Come avrebbe ridisegnato le due regole auree – hic et nunc – per stabilire il confine tra l’autenticità e la fruizione? Come avrebbe trasportato l’idea della distrazione di massa ai tempi dei social network? Non lo so, né riuscirei nemmeno ad immaginarlo… vista la differenza di statura… ma mi ha fatto estremamente piacere rileggere il breve saggio, che trovo attualissimo e – tralasciando alcune particolarità linguistiche del periodo storico (guardacaso, ad esempio, massa… invece di gente o folla!) –  ricco di spunti, insegnamenti e valutazioni che chi si occupa di social media non dovrebbe ignorare.

Per quanto mi riguarda, io adoro Flickr, per le ragioni che dirò subito, e detesto Flickr, per le ragioni che dirò dopo. Flickr è un social network per la condivisione di fotografie. Penso sia il più grande archivio di foto in formato digitale del mondo e ritengo che nessuno – solo due anni – ne avrebbe potuto immaginare la portata. Qualche giorno fa è stata “postata” – come dicono i digitali nativi – la miliardesima fotografia. Ed anche io, che fotografo da oltre trent’anni, ho contribuito.
Adoro Flickr perché mi ha permesso di rivitalizzare diapositive di oltre trent’anni fa, destinate altrimenti a giacere nascoste nei plasticoni, sopra lo scaffale più alto della libreria di casa mia,  senza essere più viste. Quello del recupero per Flickr è stato un percorso-intreccio di memoria e ricerca, che ha restituito un valore d’uso ai miei piccoli artefatti intellettuali. Inoltre, Flickr, con il gioco incrociato dei commenti, con l’etichettatura dei contenuti delle fotografie, con la georeferenziazione sul territorio, con i contatti senza frontiere, con l’utilizzo di mashup e applicazioni terze, con la partecipazione a gruppi di interesse tramite i quali ho conosciuto un sacco di persone, mi ha permesso di condividere le mie fotografie con il resto del mondo, offrendo al mio essere fotografo una tracciatura continua e aperta, libera e condivisa, individuale e collettiva. Risponde ad uno dei miei motti preferiti… se mi cerchi ti troverò. In altre parole, se da qualche parte del mondo c’è qualcuno cui viene in mente di “cercarmi” indirettamente, attraverso la concomitanza di etichette che improvvise assonanze d’anima attaccano alle fotografie, ebbene potrò trovarlo. E poi, anche in Flickr si può avere un proprio stile. Da quando sono iscritto, resistendo alla bulimia del caricamento, ho messo solo 400 foto, selezionando quelle che ritenevo più significative della mia produzione, cercando un filo conduttore, sperando di far emergere la mia cifra stilistica . Ne avrei potuto mettere migliaia e avrei così aderito alla prassi comune di utilizzo dei social network. Perché Flickr non è un sito di fotografi, ma di fotografie. La differenza è abissale. E qui cominciano gli aspetti negativi, che me lo fanno “anche” un po’ detestare. Perché c’è qualcosa di perverso e pericoloso in Flickr. Invece del valore d’uso che si dovrebbe attribuire alle fotografie, Flickr offre un valore di scambio globalizzato. Se aprite la home del sito, troverete sempre una scritta del genere: “3.546 upload nell’ultimo minuto“. Nell’ultimo minuto! Quindi in un’ora 212.760 foto, che in un giorno fanno 5.106.240. Non so se sono calcoli veri o pubblicitari… ma di certo ogni foto vive la vita di un’efemera, altro che i tre secondi di eternità di Doisneau. In Flickr tutto si brucia, difficile che una foto resti nella prima pagina in un gruppo – almeno di quelli più famosi e partecipati – più di dieci minuti e poi, una volta passata in seconda pagina… pfufff! scompare alla vista e nessuno ne sa più niente. Finisce nella bancarella dell’usato, nella Porta Portese delle immagini a metà prezzo, ad un miliardesimo del valore. Insomma, perde valore perfino per chi l’ha fatta. Diventa una fotografia liquida. E anche la sua riproducibilità, che resta un infinito numerabile, diventa liquida. Chissà chi e dove la scarica, cosa ne fa, se ne conosce l’autore.
E anche questo Benjamin lo aveva previsto… citando Paul Valery, un altro che in quanto a visionarietà non aveva da invidiare niente a nessuno. Neanche a Dylan Thomas… riporta…

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano“.

Siamo nel 1934, il testo di Valery si chiama… La conquista dell’ubiquità…!

Ovviamente tutto questo è un’esagerazione. Mia.

Il tema della creatività nelle organizzazioni di lavoro, complesse o meno, sta diventando sempre più  centrale.
Dopo il periodo fordista dell’impresa efficiente e quello post-fordista dell’impresa flessibile (su cui tornerò presto), ora la nuova tendenza è quella dell’impresa creativa.
L’argomento non è banale e ha risvolti molto interessanti, soprattutto perché sono strettamente connessi, guarda un po’, con il suffisso 2.0 che ora si mette sempre dopo qualunque cosa tratti la modernità… un po’ come 10 anni fa quando si metteva il prefisso e- davanti a tutta la modernità di allora (pratica da cui non mi sento esente neanche io!). Nel caso dell’impresa creativa il termine 2.0 si mette proprio dopo Enterprise e, devo dire, che… non ho nulla da ridire sull’idea. L’Enterprise 2.0 è la faccia giovane del Knowledge Management, inizia laddove questo ha fallito e ha molte più probabilità di successo dei meravigliosi modelli giapponesi del KM.
Recentemente si è svolto a Milano un Forum sull’Enterprise 2.0. Anche su questo spero presto di tornare per commentarne altri aspetti, ma ci sono alcune cose particolarmente importanti da osservare proprio sul tema della creatività e dell’innovazione. Non è stato il convegno che ci aspettavamo e ne abbiamo potuto trarre solo poche “nozioni” utili di per sé. Insomma se visto intervento per intervento non è stato significativo in modo particolare. E’ dal punto di vista olistico che invece si è rivelato molto interessante. In pratica, nel rivedere gli appunti che avevo preso, mi sono accorto che i temi si intrecciavano – tra le parole dei relatori e, dopo, nei miei pensieri – in maniera perfetta, formando un reticolo di idee e concetti collegati l’uno con l’altro. E Glomus non poteva sentirsi estraneo a tale intreccio di idee.
La tesi principale che è emersa è che per fare innovazione occorre creare conoscenza e non solo saperla gestire. E per farlo non basta più né il solo settore R&D né la sola conversione in esplicito della conoscenza tacita e inespressa, quella che viene prodotta in seno ad una comunità (intra-, inter- o trans-aziendale). Occorre riapparigliare le carte in gioco, cercando di far emergere le idee nascoste attraverso le opportunità offerte dalla piattaforma del Web 2.0, che può diventare il banco di lavoro dei Manager delle idee. Se Blog e Wiki possono essere considerati come gli strumenti naturali dell’interscambio e della raccolta delle idee, sembrano essere tagging e folksonomy le soluzioni più feconde per farle emergere, le idee.
Si parla così di innovazione radicale (disruptive innovation) che non parte dal codificato e non si muove all’interno di un singolo settore. Il manager delle idee deve essere in grado di: (1) veicolare le idee che vengono dal basso; (2) saperle categorizzare e classificare in modo aperto, continuo, dinamico (quindi non taxa né ontologie, ma folksonomy e faccette); (3) trasferire le conoscenze nuove da un settore all’altro. La vera innovazione aderisce quindi ai principi filosofici della Interfield Theory di Darden e Maull, si muove con le parole chiave di contaminazione, condivisione ed evoluzione. Non è la creazione intuitiva quello che serve, ma l’intuizione creativa, quella scintilla che sposta da un campo all’altro l’invenzione e la fa diventare innovazione.
E’ la stessa scintilla che ha permesso di scoprire la teoria cromosomica dell’ereditarietà mendeliana che, restando nascosti nel proprio guscio riduzionista, i citologi da una parte e i genetisti dall’altra avrebbero mai scoperto se non … si fossero parlati.
Ecco, questo è il punto di partenza dell’impresa creativa.

Alle volte basta poco per uscire dal guado di un fiume in piena o a districarsi dal fitto canneto di una palude. Il fiume in piena o, se visto dai suoi detrattori, la palude, è il Web 2.0.

Il poco che serve, guarda caso, è lo stesso che può servire a districarsi anche nel complesso mondo di SDMX, anche se dal versante contrario, e questo è il paradosso che sembra a prima vista  emergere.

SDMX sta per Statistical Data and Metadata Exchange, ed è una iniziativa nata in ambito internazionale per la definizione di protocolli standard di condivisione ed interscambio di dati e metadati statistici. A modalità di scambio bilaterale o attraverso Gateway, le quali vengono comunque supportate da SDMX, si preferisce un modello di data-sharing di nuova generazione, all’interno del quale la condivisione avviene tramite l’adozione di un linguaggio comune.

Pattern

http://unstats.un.org/unsd/accsub/2003docs-2nd/sa-2003-15.pdf

Senza farla troppo lunga, e rinviando al sito ufficiale, attraverso il protocollo SDMX e le sue implementazioni pratiche, come ad esempio i Web Services realizzati all’interno del progetto SODI (altra sigla su cui per ora sorvoliamo), è possibile andare a prelevare i dati che un certo “nodo” del sistema-comunità espone su Web non appena siano resi disponibili. Questa modalità, che appunto viene chiamata pull, è indicata, a ragione, come un significativo passo in avanti nel favorire l’accesso e la condivisione di dati rispetto alla tecnologia push. I dati non vengono più spinti dal nodo che li detiene verso il nodo centrale, né parcheggiati in un repository comune per essere successivamente estratti, ma vengono tirati via dagli altri nodi interessati, avvertiti da un apposito Web feeder (l’insostituibile RSS). Altro vantaggio di tale approccio è proprio il passaggio dalla logica del deposito a quella del registro. Non più pozzi profondi e scuri di dati che vengono facilmente alimentati ma a fatica mescolati, armonizzati e integrati, ma ambienti leggeri di mappatura che lasciano i dati dove stanno naturalmente e si occupano solo di interpretarne formati, struttura e significato. Attraverso registry, appunto, e non repository. Insomma, nel caso di SDMX, pull è meglio di push e in questa direzione ci si sta ormai muovendo anche all’interno delle organizzazioni complesse che costituiscono i vari nodi di interscambio. Ognuno continua a produrre dati secondo i propri metodi e poi li rende disponibili tramite opportune mappature conformi alla sintassi di SDMX.

Il problema affrontato con SDMX si colloca però all’interno di uno scenario tecnologico, al quale già con la menzione di Web Service e RSS abbiamo fatto riferimento, che presuppone altri paradigmi, come quelli di collaborazione, partecipazione, collettività, leggerezza, molteplicità, e che si esprime attraverso la piattaforma Web 2.0. Non a caso uso il termine piattaforma, perché è su tale termine che si verifica la principale convergenza delle molteplici (e come altrimenti?) definizioni che di Web 2.0 si possono dare. Per dirla usando le parole di uno dei suoi inventori (a proposito… il Web 2.0 è stato inventato o scoperto? Per me non c’è dubbio… è stato scoperto grazie ad alcune invenzioni…) si può senz’altro accettare l’idea che “come molti concetti importanti, il Web 2.0 non ha confini rigidi, ma un’anima gravitazionale. Potete visualizzare il Web 2.0 come un insieme di principi e di procedure che collegano un autentico sistema solare di siti che dimostrano in toto o in parte questi principi, a una distanza variabile dal centro stesso.”  (Tim O’Really)

La piattaforma Web 2.0 consente di vedere i vari strumenti non più come insieme di risorse ma come sistema di risorse. Lo stesso concetto di sistema informativo nel contesto Web 2.0 può basarsi su nuove connotazioni: non più solo strutture, capaci cioè di gestire informazioni strutturate in modo rigido, ma anche reti di connessioni, reciproche e dinamiche, tramite le quali è possibile organizzare la conoscenza centrandola sulla valorizzazione della relazione tra i nodi (sia gestori sia utenti), proponendo un cambio di paradigma nella concezione e rappresentazione della conoscenza.

Il cerchio con SDMX si chiude, ma qui arriva il bello, cioè il paradosso del push e del pull. Elemento saliente del Web 2.0 è, ormai lo si è capito, l’architettura dell’informazione, termine cui si stanno dedicando intere organizzazioni e della quale in questo articolo si vuole dare un significato meno settoriale ma non per questo meno interessante, come ad esempio quello proposto nel libro di Luca Rosati, Architettura dell’informazione, ed. Apogeo, Milano, 2007.

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Attenzione, non l’architettura dei dati o quella applicativa e meno che mai quella tecnologica, triade su cui abbiamo impiantato la nostra (s)fortuna per circa un ventennio, ma proprio quella dell’informazione. Secondo i punti di vista più diffusi nell’ambito del KM, mentre la struttura del dato è grezza, regolata in modo rigido, impersonale e priva di connessioni, l’informazione ha una struttura agita, contestualizzata e di relazione, e l’azione informativa è proprio la trasformazione del dato in conoscenza. Quindi l’architettura dell’informazione non può essere vista fuori dal contesto in cui si manifesta, non è impersonale e DEVE essere centrata sugli utenti. Inoltre, secondo i tipici insegnamenti del Web 2.0, l’informazione non è a senso unico, ma è partecipata. Ognuno, se vuole, può contribuire ad arricchirla. Insomma, il tradizionale verso di percorrenza dell’informazione – dal produttore al consumatore – è controbilanciato dal verso opposto. L’utente non si rivolge più al sito ponendo la domanda “cosa hai da darmi?” ma “ho io qualcosa da darti e da condividere”. In altre parole, si assiste allo sviluppo privilegiato di una nuova interpretazione della modalità push (metto io qualcosa qui dentro) in alternativa a quella pull classica (tiro giù dal sito quello che mi offre). Esattamente il contrario di quello che avviene in ambito SDMX.

A questo punto il gioco del paradosso è chiaro: “cosa è meglio e cosa è più innovativo, pull o push?” La risposta più banale è: tutte e due, e in questo non c’è paradosso. Da una parte, novità dei progetti incentrati su SDMX, si prendono risorse informative direttamente dai nodi client quando sono messe a disposizione, dall’altra, innovazione della piattaforma 2.0, si contribuisce direttamente ad arricchire le risorse (che diventano di tutti) sui nodi server. La forza di pull e push si equivale. Basta capire bene come si usano e i contesti in cui lo si fa.

È un po’ come la morra cinese, la carta avvolge il sasso, il sasso spezza la forbice, la forbice taglia la carta. Solo che qui manca la terza figura… quale potrebbe essere, secondo voi?